lo studio

Diversi sono stati gli studi di Mario Ridolfi nei quasi sessanta anni della sua attività professionale. Moltissime le persone, dai giovani architetti ai più affermati professionisti, con i quali ha collaborato.
Ancora studente, per redigere i primi concorsi e le sue prove universitarie, riadatta una piccola stanza, poco più che uno sgabuzzino, come ricorda il figlio Massimo, nella casa paterna di piazza Buenos Aires 20; qui nel 1925 busserà Adalberto Libera, appena giunto a Roma e pronto a sfidare il più bravo tra gli studenti della Regia Scuola Superiore di Architettura. Da lì a poco, Adalberto e Mario, “i due padreterni dell’architettura” come loro stessi si definirono sul retro di una foto che li vede in posa, le teste coronate dai triangoli isosceli di due squadre da disegno, avrebbero ingaggiato quella che Ridolfi definì una “gara di leale emulazione” (Ponti 1943), un confronto, tra due giovani di diversa provenienza, temperamento e formazione, condotto a colpi di disegni, di prospettive e grandi tempere, di esaltazione ed euforia progettuale che si tradurrà subito nella partecipazione a concorsi attraverso i quali farsi conoscere anche al di fuori del circuito universitario romano.
Anche dopo il matrimonio con Adele (Lina) Caffoni, per svolgere i suoi primi incarichi ricaverà gli ambienti di lavoro all'interno della sua abitazione familiare in via Magna Grecia 65: è nel grande spazio di soggiorno, opportunamente riattato con tavoli su cavalletti, che nei primi anni Trenta avvengono gli incontri e le cene con Libera; è questo lo studio dove Ridolfi lavora con Giulio Rinaldi, ingegnere e amico da lunga data (con il quale Ridolfi collaborerà a più riprese sino agli anni Sessanta), e con Mario Fagiolo, conosciuto negli ultimi tempi alla Scuola (entrambi si laureano nel 1929) e co-autore di numerosi progetti di concorso, sino a quello per le Poste al quartiere Nomentano le cui vicende, mai completamente chiarite, sancirono la definitiva rottura tra i due giovani architetti; qui è anche dove incontrerà nel settembre 1933 per la prima volta Wolfgang Frankl al tempo esule dalla Germania nazista e presto coinvolto proprio nella redazione del progetto esecutivo dell'edificio postale di piazza Bologna. Frankl è nato a Monaco il 5 agosto 1907. Il padre, Paul, è un noto storico dell’arte; la madre una affermata pittrice. Conclusi gli studi classici, si iscrive alla Tecnische Hochschulle di Stoccarda, scegliendo l’indirizzo tecnico. Paul Bonatz e Paul Schmitthenner sono tra i suoi insegnanti. Durante gli anni universitari svolge il suo apprendistato da Ernst Neufert. Dopo la laurea, conseguita nel gennaio 1933, fugge dalla Germania. Un rapido soggiorno a Milano, quindi è a Roma dove svolge brevi collaborazioni, prima con Luigi Piccinato, poi con Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti, infine con Libera che lo presenta a Ridolfi. Inizia così un sodalizio professionale lungo circa quaranta anni, fino al definitivo trasferimento di Ridolfi a Marmore, tra due uomini per formazione e temperamento profondamente diversi, sanguigno, estroverso e un po’ smargiasso Ridolfi (il “Prof” o “Proffe”, nel lessico quotidiano dello studio), riservato quanto risoluto Frankl (“Volfango” da quando prenderà la cittadinanza italiana, più spesso abbreviato in “Volf”).
L'apertura del cantiere delle Poste di piazza Bologna motiva Ridolfi a prendere in affitto uno studio vero e proprio, un grande appartamento in via di Villa Ruffo 5 inizialmente diviso con Giulio Rinaldi, poi anche con Vittorio Cafiero ed Ettore Rossi. Oltre a Frankl, ormai stabilitosi con famiglia a Roma, lo studio al tempo è frequentato da un giovanissimo Giuseppe Perugini e da alcuni studenti tra i più dotati dell'Istituto Tecnico Industriale Grella (poi Galileo Galilei) dove Ridolfi insegna dal 1930.
Ma lo scoppio della guerra e il conseguente blocco dell'attività edilizia, nonché la proclamazione delle leggi razziali per le quali nel luglio 1939 Frankl è costretto ad abbandonare l’Italia, inducono Ridolfi a rescindere il contratto d'affitto. E, come era già avvenuto all'inizio della sua carriera, una parte della nuova abitazione di via Pannonia 49, dove la famiglia si è appena trasferita, viene destinata agli ambienti di lavoro. Nell'immediato dopoguerra lo studio è assiduamente frequentato da Ludovico Quaroni, da Mario Fiorentino e da tanti giovani appena laureati o ancora studenti, alcuni dei quali saranno impegnati nella redazione delle tavole del Manuale dell'architetto e altri, poco dopo, nel progetto Ina-Casa per il quartiere Tiburtino. Nel 1948, intanto, è rientrato a Roma anche Frankl riprendendo il suo posto nello studio e, dal 1 dicembre 1949, un giovane appena diplomato al Galilei, Domenico Malagricci, è occupato ad elaborare raffinate prospettive (“Mimmo”, come era chiamato nello studio, dopo la laurea in Architettura continuerà a lavorare sino agli anni Settanta con Ridolfi, alternando la professione all'insegnamento del Disegno negli istituti tecnici; vedi Cellini, D'Amato 2003).
Negli anni Cinquanta gli incarichi per Ridolfi si susseguono. Al gruppo fisso di collaboratori, composto da Giulio Rinaldi, Frankl e Malagricci si aggiungono molti giovani chiamati all'occorrenza. Nel 1956 lo studio viene allora trasferito in un appartamento posto all'ultimo piano della palazzina di via Marco Polo 96, la cosidetta “Casa delle streghe” appena ultimata. Sarà questo l'ultimo studio romano di Ridolfi, tenuto sino agli inizi degli anni Settanta quando decide di chiudere tutto e di trasferirsi a casa Lina, a Marmore, dove vivrà e lavorerà sino al 1984. Tutto il contenuto dello studio di via Marco Polo, i tavoli da disegno, le librerie, l'archivio con le cassettiere dei “particolari sempre buoni”, venne allora trasferito in via Adige 48, studio che Frankl e Malagricci divisero sino alla fine degli anni Ottanta con l'ingegnere Vincenzo Gabbuti, portando avanti gli ultimi incarichi assegnati a Ridolfi, tra cui alcuni piani urbanistici, il progetto per il “Bidone” e diversi interventi di restauro in palazzi storici. Per seguire questi lavori, svolti perlopiù con Massimo Ridolfi e con la collaborazione di tecnici e professionisti locali, nel 1987 anche Frankl si sarebbe trasferito a Terni, dove morirà nel 1994. Malagricci invece avrebbe continuato a risiedere a Roma sino al 1999, prima in piazza Ippolito Nievo 12 e quindi in via Luigi Ceci 19 dove saranno ancora spostate le cassettiere dei disegni e parte degli arredi dello Studio Ridolfi.

 

La fotografia che ritrae, da destra a sinistra, Mario Ridolfi, Volfango Frankl e Domenico Malagricci nello studio di via Adige, è tratta da M. Piccarreta (a cura di), L'opera di Mario Ridolfi a Terni nel panorama del Novecento, atti del convegno tenutosi a Terni nel 2003, Gangemi Editore, Roma 2004.